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socrate2005 viaggiare, conoscere, raccontare - il blog di Enzo D'Urbano
1 giugno 2010

RESISTERE E LOTTARE

C'era una volta. C'era una volta chi si dava come compito quello di incalzare il potere e di controllarlo: un'elite culturale temuta e ascoltata. C'erano una volta i "maestri", i Pasolini, i Moravia, gli Sciascia, i Calvino, ma anche i Bobbio, i Galante Garrone, gelosi custodi del libero pensiero. E ora? L'Italia non potrebbe essere quella che è senza la complicità del sistema mediatico e grazie all'assenza degli intellettuali, "una categoria - scrive Beha - più 'del portafogli che del pensiero". A cominciare dai giornalisti. Ma è il quadro d'insieme che preoccupa ("Stiamo rispondendo a Obama con Geronzi"): un gigantesco concorso di colpa che attraversa molte categorie professionali, in nome del denaro e in virtù di una normalizzazione della banalità da troppi accettata. Il resoconto di Beha, lucido ma non rassegnato ci induce a reagire, così come molte associazioni di liberi cittadini hanno cominciato a fare. Contro il Golpe Bianco che ci sta svuotando. In appendice, le "Resistenze ai Nuovi Mostri".

17 febbraio 2010

Elezioni Provinciali

Nelle elezioni provinciali di Marzo a L'Aquila io sostengo:

Stefania Pezzopane
Presidente
,

Lorenzo Berardinetti
Consigliere

e

Il Partito democratico

17 settembre 2008

Il ministro inorridisce


Il Ministro Mara Carfagna mentre inorridisce di fronte alle ragazze dell'est, nigeriane, sudamericane, trans che vendono il loro corpo


14 luglio 2008

Brutta pagina er l'Abruzzo

Hanno arrestato Del Turco con Mazzocca, Quarta, cesaroni, Boschett. Il Sindaco di Pescara D'Alfonso è sotto il tiro della magistratura. Per chi come me crede nel nuovo Partito Democraico come possibile, seria, alternativa democratica al centro destradi Berlusconi il colpo è duro da digerire.
E' arrivato il momento di fare veramente chiarezza nel PD. A questo punto è necessario un totale rinnovamento della classe dirigente. Non sono disposto più a dare un minuto del mio tempo a chi, con il suo cmportamento, distrugge in un attimo quello che milioni di persone costruiscono, volontariamente, giorno per giorno nell'attività civile e politica.
Di regole abbiamo bisogno. e chi è stato per troppo tempo parlamenatare, sindaco, amministratore, dirigente di partito deve farsi da parte e dare la possibilità a chi ha solo fatto del volontariato o a chi per età non ha ancora fatto nulla di gestire il partito, altrimenti non vi è nessuna speranza.
28 aprile 2008

Roma è perduta

Abbiamo perso, dopo l'Italia, anche Roma. State a vedere quanti adesso si scaglieranno contro Veltroni. Spero solo che lui abbia la forza e l'intelligenza di resistere, perchè se così non fosse addio Partito democratico, addio politica.
26 aprile 2008

Risultato elettorale

Molte sono le analisi sul risultato elettorale e tutte molte interessanti. Io vorrei dire una sola cosa. Visto che il PD non ha vinto le elezioni adesso si scateneranno molti a cercare le colpe in Veltroni o in quesi segretari regionali e provinciali, che sappiamo sono dirigenti di questo partito solo da qualche mese prima delle elezioni e quindi non possono essere solo  loro a portare la croce. Ma si sa come vanno queste cose se si vince sono tutti responsabili se si perde, o non si vince molto, i responsabili sono solo quelli che hanno fatto le liste, quelli che non hanno fatto un comizio la, quelli che hanno fatto un intervento con un'accento piuttosto che con  l'altro..... Io penso che abbiamo perso perchè la politica in generale ha smesso di fare analisi e si usano solo slogans che colpisce la paura della massa votante. Abbiamo perso perchè il governo prodi ha fatto di tutto per dare l'immagine peggiore di sè.
Oggi necessita, quello che dice veltroni, una vera offensiva culturale per riportare il dibattito politico sui veri tempi sul tappeto nel mondo e far ragionare tutti.
Comunque se dopo il voto di Roma qualcuno metterà in discussione Veltroni penso che possiamo andare tutti a casa e far governare la destra per i prossini 50 anni.

24 aprile 2008

25 APRILE LA LIBERAZIONE

La Liberazione

L'insurrezione di aprile

di Giorgio Amendola

Il governo democristiano e le forze politiche che lo sostengono hanno da tempo iniziato contro il nostro Partito una campagna di calunnie e di menzogne, accusandolo di tramare oscuri complotti contro la legalità repubblicana e di preparare l'attuazione di piani segreti per scatenare nel paese un movimento insurrezionale.

La maggior parte del popolo italiano ha vissuto recentemente, dal 1943 al 1945, da Napoli a Torino, una grande e tragica esperienza insurrezionale, dalla quale esso ha direttamente imparato che l'insurrezione non e un giuoco di pochi cospiratori; l'insurrezione per noi è cosa molto seria, è mobilitazione e lotta di milioni e milioni di cittadini, è anzitutto un grande movimento politico di masse che trascina la maggioranza dei lavoratori in una lotta alle sorti della quale è affidato l'avvenire del paese.

Tutti i venti mesi della resistenza furono caratterizzati da una vivacissima lotta politica, che si svolse in seno ai C.L.N. e, in primo tempo, tra i C.L.N. e le forze organizzate attorno al governo Badoglio, per la direzione politica del movimento di liberazione e per la sua piattaforma politica.

Il governo Badoglio, fuggito da Roma il 9 settembre, responsabile del crollo dell'esercito italiano, non poteva dirigere la guerra di liberazione. Una nuova direzione politica, espressione delle forze popolari che avevano scelto da sole nella generale decomposizione del vecchio stato italiano la via della lotta, doveva guidare il movimento popolare. Sorsero i C.L.N., il C.L.N. Centrale a Roma, il C.L.N. alta Italia, i C.L.N. Regionali, provinciali, periferici, tutta una nuova organizzazione politica che aderiva concretamente alle esigenze della lotta e che permetteva la più larga mobilitazione delle masse popolari. La lotta tra la vecchia direzione politica, espressa nel governo Badoglio, e la nuova direzione dei C.L.N. caratterizzò tutto il primo periodo della resistenza; e minacciò, col dualismo di organi direttivi che si verificò nel territorio occupato, di paralizzare lo sviluppo dell'azione, finché, per l'iniziativa del compagno Togliatti, formato il primo governo di Unità Nazionale, la direzione unitaria di tutto il movimento fu realizzata con l'affidare ai C.L.N. nei territori occupati la rappresentanza del governo centrale e l'esercizio della funzione di governo fino all'arrivo delle forze alleate. Ma la lotta politica tra le forze conseguentemente democratiche, e quelle conservatrici, continuò vivace in seno ai C.L.N., dove liberali e democristiani assolsero quasi sempre ad una funzione di freno. Infatti le forze politicamente e socialmente conservatrici, fin dal momento del crollo del regime fascista, non si sono limitate ad agire dal di fuori del nuovo sistema politico di forze democratiche e popolari, fronteggiandolo, e combattendolo, ma hanno sempre combinato assai abilmente questa opposizione esterna con l'azione in seno a questo nuovo sistema, per minarne l'unità, indebolire la saldezza; e rallentarne e ostacolarne i movimenti. È stata questa la funzione dei liberali e dei democristiani in seno ai C.L.N., aiutati in questa opera da quei «socialisti» e azionisti che hanno poi dimostrato il loro asservimento agli interessi di quelle forze che si proponevano, malgrado la caduta del regime fascista, di mantenere in piedi la vecchia struttura reazionaria della società italiana.

La questione centrale attorno alla quale si svilupparono tutte le polemiche e si determinarono i principali dissensi politici fu quella dell'attesismo, affrontata apertamente nelle prime settimane, ma poi ripresa quasi ininterrottamente, ora sotto un aspetto ora sotto un altro, fino agli ultimi giorni, fino agli ultimi tentativi di trascinare il movimento nazionale sulla via della capitolazione e del compromesso col nemico.

Gli attesisti proclamavano l'inutilità della lotta, la necessità di restare tranquilli fino all'arrivo degli alleati, l'opportunità di limitare l'opera della Resistenza a una attività di assistenza agli sbandati e di informazioni agli alleati. La questione, che assumeva a volte un aspetto di tecnica militare, era in realtà schiettamente politica, e investiva direttamente il carattere e la base politica del movimento di liberazione. Infatti gli attendisti temevano la mobilitazione del popolo, necessaria per condurre avanti seriamente la guerra di liberazione, temevano che il popolo risvegliato da questa partecipazione alla grande lotta liberatrice potesse all'indomani della liberazione imporre la sua volontà di rinnovamento politico e sociale del paese. Essi si opponevano perciò allo sviluppo delle azioni di guerra contro i nazi-fascisti. Ora, non soltanto vi era un problema nazionale -assicurare che la liberazione dell'Italia avvenisse col concorso degli italiani, per cui l'Italia potesse risorgere al suo posto di grande Nazione riscattata dal valore e dal sacrificio dei suoi figli migliori- che dettava l'obbligo di sviluppare una lotta a fondo senza quartiere. Non soltanto vi era la necessità di affrettare l'ora della liberazione e di abbreviare la durata delle sofferenze, colpendo il nemico ovunque si trovasse, rendendogli la vita impossibile, immobilizzando ingenti sue forze sul fronte interno, seminando nelle sue file il panico ed affrettandone la resa. Non soltanto bisognava impedire al nemico di portare a compimento i suoi piani di distruzione e bisognava salvare il salvabile dell'apparato industriale, già tanto logorato dai bombardamenti aerei, per assicurare per l'indomani della Liberazione il massimo di occupazione e di pane ai lavoratori italiani. Ma la necessità dell'azione, della lotta senza quartiere, nasceva altresì dal bisogno di difendersi dalle prepotenze nazi-fasciste, di impedire le deportazioni in Germania e gli arruolamenti forzati nelle formazioni fasciste, di opporsi alle razzie di uomini, di viveri, di bestiame, di cose, di mantenere uniti e organizzati gli sbandati della prima ora, trasformandoli in combattenti. Un grande industriale, che si arricchiva nel traffico con i tedeschi, poteva comodamente, praticando con sicurezza il doppio giuoco, aspettare l'arrivo degli alleati. Ma gli operai e i soldati ritiratisi sui monti potevano cercare una possibilità di salvezza anche individuale, soltanto organizzandosi in formazioni disciplinate e combattendo duramente per difendere con le armi strappate ai nemici la vita e la libertà. E fu quello che avvenne. La creazione delle Brigate Garibaldi indicò la via a tutte le forze della Resistenza. Le forze conseguentemente democratiche, gli operai, i soldati, i lavoratori più coscienti, il nostro partito, marciarono sulla via della lotta e impressero, di fatto, a tutto il movimento la loro concreta direzione.

Ma gli attendisti non si diedero per vinti e cercarono in ogni modo di frenare lo sviluppo e l'estensione della lotta, di ostacolare, in particolare, la mobilitazione delle più larghe masse popolari. Uno dei motivi più frequentemente avanzati dagli attendisti per ostacolare lo sviluppo della lotta era l'asserita opportunità di non esporre la popolazione civile alle rappresaglie del nemico. In realtà, dal momento che si era iniziata la guerra partigiana, il problema era stato già risolto nell'unico modo possibile, compatibile con l'osservanza del nostro dovere nazionale, cioè nel rifiuto di sottostare al vigliacco e barbaro ricatto degli invasori tedeschi e dei traditori fascisti. Cedere al ricatto voleva dire arrestare completamente l'attività partigiana, rinunziare alla lotta, consegnare le armi, capitolare di fronte al nemico. Né potevano valere le considerazioni spesso avanzate dagli attendisti, che miravano a attenuare l'intensità della lotta, a escludere certi mezzi di offesa, a evitare che determinate azioni venissero compiute entro le città. Non era problema di mezze misure. La rappresaglia tedesca si abbatteva cieca ed indiscriminata, né mai era possibile prevederne la direzione e la portata. Se vigliaccamente colpiva con la fucilazione dei 320 martiri delle Fosse Ardeatine i patrioti romani dopo l'azione di guerra compiuta dai GAP a Via Rasella, essa si mostrava feroce anche fuori della città, nelle montagne e nelle campagne, arrivando per il taglio dei fili telefonici e per il semplice rifornimento dei viveri ai partigiani a incendiare intieri villaggi e a massacrare la popolazione, uomini e donne, vecchie e bambini, come tragicamente ci ricordano le 2000 vittime di Marzabotto. No, le rappresaglie non si evitavano attenuando la lotta, a meno di non rinunciarvi completamente e di tradire così il proprio dovere. Le rappresaglie si combattevano al contrario intensificando la lotta, reagendo colpo su colpo, provocando nelle file nemiche perdite sempre più grandi, e facendo molti prigionieri. Quando le nostre unità garibaldine hanno incominciato a fare dei prigionieri, allora il nemico, sordo a ogni considerazione umana, ma sensibile al linguaggio della forza, scese a patti e cercò di cambiare gli ostaggi contro i prigionieri.

Questa era l'unica via, via dura e sanguinosa, la via del combattimento a oltranza, quella segnata dalle gesta dei partigiani dell'U.R.S.S. e delle altre nazioni europee, la via del resto che ci era indicata dagli stessi appelli dei comandi alleati e dai proclami del governo italiano.

Contro la minaccia che le rappresaglie costituivano per tutti i cittadini italiani, non restava che un mezzo di difesa; l'unione di tutti gli italiani contro queste iene arrabbiate, l'unione nella lotta comune, nel sempre maggiore allargamento del Fronte della Resistenza. Ogni uomo, ogni donna, ogni ragazzo diventava un combattente della libertà.

Naturalmente gli attendisti si opponevano a questo allargamento del fronte della Resistenza, che poneva il problema di una mobilitazione e di una organizzazione permanente delle masse popolari. Tutta la polemica sui C.L.N. periferici svelava la preoccupazione retriva che le masse lavoratrici potessero acquistare, attraverso ad una attiva partecipazione a questi organismi popolari di auto-governo, una nuova esperienza politica, schiettamente democratica.

Su tutti questi problemi, i fatti decisero di ogni controversia. La pariteticità dei C.L.N., così strenuamente difesa da liberali e democristiani, non reggeva di fatto di fronte alla capacità creativa delle masse in lotta ed al potente impulso che esse imprimevano allo sviluppo della situazione politica. Le tesi che noi comunisti avevamo per primi sostenute trionfarono di ogni resistenza perché esse interpretavano le necessità più sentite del movimento di liberazione, e perché esse erano suffragate dall'immediata esperienza della lotta. Così le forze di avanguardia della classe operaia impressero a tutto il movimento, concretamente, la loro direzione politica e l'avviarono, malgrado tutte le resistenze, verso la necessaria conclusione: l'insurrezione.

L'insurrezione di Napoli aveva già chiaramente indicato che «la guerra partigiana avrebbe dovuto avere la sua conclusione e il suo sblocco logico in una insurrezione generale armata che precedesse l'arrivo degli alleati, si svolgesse in concomitanza di una offensiva decisiva e sbaragliasse il fronte della ritirata nemica. Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore, e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della resistenza italiana», (LONGO, Un Popolo alla macchia, pag. 102).

Ma come bisognava concepire e preparare questa insurrezione? Alcuni, e erano di fatto sempre gli stessi sostenitori dell'attendismo, la vedevano e la presentavano come un'azione lontana, da scatenare a una misteriosa ora X. Intanto, nell'attesa di questa ora fatale, bisognava non muoversi, «non scoprire le forze», dicevano, preparare bene i piani, ecc. Naturalmente, per questa via, se pure questa ora X avesse dovuto mai scoccare, null'altro sarebbe stato pronto, se non i piani elaborati a tavolino. L'idea dell'insurrezione, sostenevamo noi comunisti, doveva invece significare «rafforzamento permanente, coronamento e sbocco di tutta la lotta di liberazione», «non semplice parola d'ordine, ma un compito concreto e immediato di preparazione politica e di mobilitazione. Si doveva perciò continuare, allargare, generalizzare la lotta di liberazione nazionale già iniziata: quella armata, partigiana in primo luogo, ma anche la resistenza di massa alle ingiunzioni fasciste e il movimento rivendicativo delle masse lavoratrici contro i propri oppressori o sfruttatori» (LONGO, Un Popolo alla Macchia, pag. 131).

E, nello schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei Triumvirati Insurrezionali del Partito comunista italiano, pubblicato nel numero 19-20, 25 Novembre 1944, di «La nostra Lotta», si affermava in esplicita polemica con le posizioni degli attendisti:

«l'insurrezione nazionale per cui noi ci battiamo e che vogliamo potenziare sempre di più non è una misteriosa preparazione per «il momento buono» per una apocalittica ora X, ma è la guerriglia di ogni giorno che deve colpire permanentemente e con tutte le armi il nemico, ovunque si trovi, guerriglia che dobbiamo intensificare e estendere sempre di più, fino a liberare completamente e definitivamente porzioni sempre più grandi del territorio nazionale ».

Durante tutto il 1944, man mano che il movimento partigiano si veniva rafforzando e estendendo si allargava pure in tutto il territorio occupato la lotta delle masse lavoratrici. Non si può comprendere lo sviluppo del movimento partigiano e la sua capacità di resistenza e di attacco davanti alle preponderanti forze nemiche, se lo si isola dall'insieme dei grandiosi movimenti di lotta delle masse popolari italiane che durante tutti i venti mesi non si stancarono di opporsi all'invasore, di attaccarlo in continuazione con una serie di lotte rivendicative, economiche, politiche, di strappargli delle concessioni, di imporgli in ogni momento la prepotente iniziativa popolare. Fu prima la classe operaia a sviluppare l'attacco. Dalla fine del 1943 al grande sciopero generale del marzo 1944 fu un seguirsi di agitazioni, di fermate di lavoro, di scioperi, che ridussero sostanzialmente la produzione, dimostrarono l'impotenza dei barbari occupanti, incoraggiarono i partigiani e diedero l'esempio della resistenza a tutti i lavoratori italiani. Dietro questo esempio altre categorie di lavoratori scesero in lotta. Nell'estate del 1944 furono i contadini che si rifiutarono prima di trebbiare il grano e poi, visto che gli alleati non arrivavano, lo trebbiarono sotto la protezione delle SAP, non lo portarono agli ammassi ma lo nascosero e lo consegnarono ai C.L.N. Furono i contadini a organizzare la difesa armata dei prodotti della terra, a impedire le razzie di bestiame. Furono le donne che manifestarono apertamente davanti ai municipi per richiedere pane per i loro figlioli, l'aumento delle razioni alimentari, la concessione e l'aumento dei sussidi per le famiglie dei caduti e dei prigionieri.

Così veniva attuata la direttiva contenuta nel messaggio inviato ai comunisti della zona occupata dal compagno Togliatti, subito dopo il suo arrivo a Napoli.

«L'insurrezione nazionale non deve essere opera solo di un'avanguardia ma di tutto il popolo. Non è mai ammissibile che esista una situazione in cui solo i piccoli gruppi sono attivi e grandi masse aspettano senza intervenire nella lotta. Combinate insieme i colpi dei piccoli gruppi e le azioni militari più vaste con movimenti e azioni di grandi masse, allo scopo di arrivare all'insurrezione nazionale».

E nel rapporto politico presentato alla riunione allargata della Direzione per l'Italia occupata del Partito comunista italiano (11-12 marzo '45) si poteva affermare che:

«già nei mesi scorsi l'insurrezione nazionale in marcia si è polarizzata da una parte nella lotta armata che ha assunto aspetti sempre più generali e un più deciso vigore e dall'altra nella lotta rivendicativa popolare che si è manifestata in scioperi, in manifestazioni di strada, in sabotaggi collettivi e individuali. Sono queste due forme di lotta, combinate e fuse in un tutto unico, che hanno scardinato lo Stato fascista, infranto i suoi piani, fatto fallire ogni sua iniziativa, scavato un abisso incolmabile tra nazi-fascismo e popolo italiano».

Alla guerriglia partigiana si accompagnava sempre più intensa durante l'ultimo inverno la guerriglia economica contro la fame, il freddo e il terrore nazi-fascista. Alle lotte operaie e contadine, si aggiungeva, nelle grandi città, la lotta delle donne, dei ragazzi e dei vecchi che assalivano treni e depositi di carbone, organizzavano il taglio di alberi nei boschi e nei parchi. Contro la guerriglia economica di massa i nazi-fascisti si rivelarono impotenti. I lavoratori e le loro donne avevano saputo adottare la tattica partigiana del colpo di mano, della sorpresa. Era tutto il popolo che si liberava, con un susseguirsi di scioperi, di manifestazioni di agitazioni, di atti di guerriglia, ininterrottamente, in mille punti del territorio, in modo da non lasciar tregua all'attaccante, di aggredirlo da tutte le parti, di minarne la capacità di resistenza.

In verità, come afferma un titolo de «L'Unità» del settembre 1944, L'insurrezione nazionale è in marcia, titolo che esprime efficacemente tutto lo sviluppo del processo insurrezionale e che diventa una parola d'ordine del Partito, a indicare che l'insurrezione è già in atto, e si realizza nel moltiplicarsi delle brigate e divisioni partigiane, nell'accrescersi della loro aggressività, nell'audacia dei GAP, nell'armamento di tutti i lavoratori inquadrati nelle SAP delle fabbriche dei rioni, dei villaggi nella liberazione di vaste zone di territorio, nell'affermarsi in queste zone di nuovi organi di potere popolare, nel portare la guerriglia nelle città e nelle campagne, nella lotta degli operai contro la produzione bellica per il nemico e contro il collaborazionismo degli industriali traditori, nello sviluppo del movimento popolare contro la fame il freddo e il terrore nazi-fascista, nella lotta contro i nemici e i sabotatori del movimento di liberazione nazionale, contro l'inganno e l'illusione delle pacifiche evacuazioni, contro ogni tendenza al compromesso e alla capitolazione. Nell'autunno del 1944, sei mesi prima dell'assalto finale, l'insurrezione nazionale era già la realtà di un popolo in armi.

E in questa lotta le masse popolari venivano organizzandosi. Nascevano i C.L.N. nelle fabbriche, nei rioni, nei grandi casamenti operai, negli uffici, nelle Università, persino nei Ministeri e nelle Prefetture. Un nuovo potere popolare nasceva nella lotta contro il vecchio potere nazi-fascista sempre più indebolito; un nuovo potere popolare la cui autorità era riconosciuta dal popolo, un nuovo potere che poggiava sulla forza armata del movimento partigiano e sul consenso delle masse lavoratrici.

Quando il mattino del 25 aprile i lavoratori armati scesero nelle strade per l'assalto finale, la vittoria era già sicura, malgrado l'enorme sproporzione dell'armamento che tuttora sussisteva. Non era una piccola avanguardia di combattenti isolati che attaccava, ma tutto un popolo che si rivoltava contro un governo logorato da venti mesi di guerriglia popolare, battuto e demoralizzato, condannato politicamente e moralmente dalla coscienza della nazione.

L'insurrezione dopo la lunga e eroica marcia arrivava vittoriosamente alla sua meta. I C.L.N. assumevano tutti i poteri, che dovevano poi, in base agli accordi internazionali, cedere ai comandi alleati.

Si è aperto con questa vittoria del popolo un nuovo periodo della storia italiana nel quale quegli ideali di libertà e di giustizia per i quali hanno combattuto e sono caduti i migliori figli del nostro popolo dovranno finalmente trionfare.

Nessuno potrà impedire che quelle sacrosante aspirazioni divengano finalmente la realtà della nuova Italia.

(articolo pubblicato in: Rinascita - n. 8 - 1948)



24 aprile 2008

Gilda

La rete è proprio straordinaria. Questa notte girovagando nel web mi sono imbattuto nell'immagine di una signora che ho frequentato almeno trent'anni fa. Una carissima amica con cui ho fatto politica insieme e soprattutto abbiamo condiviso alcuni confronti interessanti. La mente si è messa a lavorare e mi ha riportato indietro a Testaccio, a magistero, ad Ignazio Ambrogio e a tanti professori che sono stati fondamentali per la mia formazione e il sorriso straordinario di Gilda mi ha fatto ancora piacere. 
11 marzo 2008

Le schampiste di gasparri

Questa mattina ho sentito parlare gasparri delle schampiste dentro il PD e faceva esplicito riferimento ad Elisabetta Madia Ricercatrice universitaria candidata capolista a Roma.
La barbarie politica non ha confine e la "Casta" non ha NESSUNA INTENZIONE DI METTERSI IN DISCUSSIONE.
Vorrei dire a Gasparri che la Madia se non gli va bene in politica un lavoro utile per se e per gli altri lo ha mentre lui se perde i privilegi di potere acquisiti in politica cosa sa fare.......
Ragazii non vi è speranza io che sono contro il vento dell'antipolitica ho seri problemi a difendere la politica di fronte a questi cxampioni del nulla.

20 novembre 2007

Il Partito del popolo

Vorrei ricordare, al popolo, che tutti i dittatori più sanguinari sono andati al potere in nome degli interessi del popolo e hanno poi imposto, in nome del popolo, leggi sanguinarie fino a trucidare quegli esponenti del popolo che non la pensavano come il dittatore.
Passano gli anni, i secoli e dietro l'angolo c'è sempre qualche migliardario che vuole governare in nome dei poveri cristi.
Ragazzi non facciamoci fottere ancora una volta e Veltroni, che sta rimettendo in moto la politica, farebbe bene a non farsi fregare dai nuovi dittatori.
3 luglio 2007

Lo stipedio dei professori

segnale un bellissimo articolo di Pietro Citati su "La repubblica" del 3 luglio 2007
"Raddoppiare gli stipendi ai professori"
Scrive Citati: ".....Non è più possibile continuare a pagare i professori delle medie e dei licei, che devono tornare ad essere una èlite, con gli stipendi di oggi. Gli stipendi vanno almeno raddoppiati....Gli economisti mi risponderanno che i soldi non ci sono.... Ma so ugualmente bene che, in Italia, quando bisogna sprecarli, i soldi ci sono sempre. Se risparmiassimo sulla rasatura delle guance dei senatori, i profumi e i dopobarba dei deputati, le tinture dei capelli biancastri delle senatrici, le bare degli assessori veneti, i cuochi e i camerieri del Parlamento, i gelati dell'On Buttiglione, gli stipendi delle stenografe siciliane, la politica estera del Presidente Formigoni, potremmo accumulare una ricchezza immensa".
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20 giugno 2007

FORZA VELTRONI

 


Dal commento del Ministro della Pubblica istruzione
Infine Fioroni, il ministro della pubblica istruzione, ha voluto commentare la candidatura di Veltroni alla guida del Partito Democratico prendendo spunto dai temi proposti oggi per la maturità, per dire la sua. «Dopo questo splendido tema su Dante - ha dichiarato - possiamo dire, per il Partito Democratico, come disse Dante uscendo dall'Inferno: al fine uscimmo a riveder le stelle».


13 giugno 2007

Intercettazioni e politica

Veltroni durante la riunione dell'ufficio di presidenza dei DS ha affermato: "La storia delle intercettazioni è grave. Ma si lega a un vuoto della politica, a una sua debolezza. Per questo succdono queste cose. Basta guardarsi intorno: il Paese dà l'impressione di non essere governato, non si riesce a dare il senso di qualcosa di costruttivo"

Un leader è un leader sempre

Se non si fa e subito il PD con nuove regole e nuovi dirigenti il centro sinistra è destinato a perdere ogni possibilità di governare questo paese


30 maggio 2007

Family Day

La famiglia uccide più della mafia
(da un articolo pubblicato su "Il Centro" il 30/maggio/2007

CON un morto ogni due giorni, la famiglia italiana uccide più della criminalità organizzata e di quella comune. E il luogo a più elevato rischio è proprio la casa: su 10 omicidi avvenuti nel 2005 nella sfera familiare, 6 sono stati commessi tra le mura domestiche. Inoltre su 10 donne uccise ben 7 vengono ammazzate dal partner o da un familiare.
La fotografIa che emerge dal rapporto Eures-Ansa «L'omicidio volontario in Italia», presentato a gennaio, trova conferma nelle parole del professor Natale Fusaro, docente di Criminologia e Criminalistica all'Università La Sapienza di Roma: «I delitti in famiglia sono in aumento. La famiglia uccide più della mafIa».
Afferma Professor Fusaro, «I reati tra le mura domestiche avvengono perchè non c'è più un valore riconosciuto alla famiglia e allora tutto è consentito. La genesi di questi delitti va cercata nel fatto che non ci sono più ruoli distinti all'interno della famiglia, anzi c'è una perdita di ruoli. Una volta la donna era una fIgura più rimessa alle volontà del capo famiglia, questo oggi non succede più e si creano situazioni di conflitto.
'Oggi poi entrambi i coniugi lavorano e difficilmente riescono a rinunciare alle proprie aspettative anche professionali, ma al contempo non si è capaci di gestire questi nuovi ruoli».
«La società è cambiata ma non ci si è resi conto dei nuovi ruoli che questo cambiamento comportava. Manca una consapevolezza dei ruoli che si può acquisire solo attraverso il dialogo, ma quando non c'è più dialogo è probabile che si arrivi a manifestazioni di violenza e addirittura ad atti abominevoli. .... E' quindi necessario che si faccia una riflessione sociologica su quanto sta accadendo per tornare a una cultura dei valori»............

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23 aprile 2007

E adesso forza e rapidi verso la costituente del PD

I congressi dei DS e della Margherita hanno sancito definitivamente la decisione della nascita del Partito Democratico. Ora inizia il dibattito vero e definitivo sul come. Le idee ci sono ed i leaders pure, ma ci sono soprattutto i milioni di uomini che aspettano e che sono desiderosi di impegnarsi per costruire il futuro come dice il mio amico Miche Fina.
Evitiamo di disperdere forze ed energie per capire chi sarà il leader, tanto si sa che tutti vogliono Veltroni e si sa che solo lui oggi incarna il meglio dei DS e della Margherita e che può essere  vincente in una competizione elettorale che, fra qualche tempo, si presenterà durissima.
Allora amici, compagni lavoriamo tutti per scrivere una nuova storia per il nostro straordinario paese.

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3 aprile 2007

PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Non tutto è chiaro per il Partito Democratico
intanto siamo D'Accordo con Parisi e Veltroni

"Il nuovo partito non potrà essere la sommatoria delle classi dirigenti di DS e Margherita"

e consiglio l'articolo di oggi della Mafai su "La Repubblica" "Non spegnete il sogno del popolo delle Primarie"

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21 marzo 2007

Sulla vicenda Sircana parla Sircana

Sulla Vicenda Sircana e cioè intercettazioni, foto, ricatti ecc. la risposta piuù interessante e condivisibile la da Sircana stesso

"Sono vittima di me stesso"
(ASCA) - Roma, 21 mar - ''Non mi sento minimamente vittima di un fotografo'' ma ''sono vittima di me stesso'' . Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi, ha scritto una lettera a La Stampa per ''fare chiarezza'' sulla vicenda delle foto che lo ritraggono in macchina ferma vicino ad un trasessuale, emerse nell'ambito dell'inchiesta di Vallettopoli. Riportiamo di seguito il testo della lettera. ''Caro direttore, approfitto della sua cortesia per fare chiarezza sulla vicenda che riguarda me e non solo me. Intendo cominciare subito con la crudezza e la pesantezza (almeno per me) dei fatti. Esistono a quanto pare alcune foto - e vorrei vederle pubblicate al piu' presto - che ritraggono una macchina (la mia macchina) che accosta lungo un viale vicino ad un presunto transessuale e riparte subito dopo con un unico passeggero. Io''. ''Con le persone a me care a cui le spiegazioni sono dovute ho gia' avuto tutti i necessari chiarimenti. Non mi sento minimamente vittima di un fotografo che, indipendentemente dal fatto che piaccia o meno, faceva semplicemente il suo mestiere. Ne' sono stato vittima o oggetto di ricatti, di avvisaglie o minacce di ricatto anche perche' - come ho gia' avuto modo di dire - ho appreso dell'esistenza di questo reportage dalla telefonata di un giornalista che, nella tarda serata di martedi' scorso, mi descriveva nel dettaglio la foto e mi annunciava l'intenzione di scriverne sul suo giornale. Le mie balbettanti e balbettate risposte registrate dallo stesso giornalista sono li' a testimoniare il mio stupore, visto che avevo praticamente rimosso dalla memoria il ricordo di un momento di stupida curiosita' di una ormai lontana sera d'estate. Dunque, se di qualcuno sono stato vittima, sono stato vittima esclusivamente di me stesso. Io so quello che ho pensato e fatto, ma, soprattutto - ed e' quello che conta - so quello che non ho fatto''. ''Ci sono due aspetti tra i tanti inquietanti di questa vicenda che piu' di tutti mi hanno turbato. Prima di tutto lo scoprire a posteriori che l'esistenza di questi materiali - che piu' che scottanti mi permetterei di definire tiepidi o, piu' si va avanti con questa storia, riscaldati - fosse nota a molti e fosse oggetto di chiacchiere, illazioni, pettegolezzi da qualche mese. Altro aspetto altrettanto sconcertante di questa vicenda riguarda la circolazione di intercettazioni tratte da faldoni giudiziari dove compare il mio nome nelle conversazioni del fotografo in questione. Anche in questo caso ho dovuto apprendere che circolava il mio nome in atti giudiziari da fonti giornalistiche. Non e' la prima volta che accade, mi si dira', ma rimane perlomeno strano''. ''Ma non posso fermarmi qui. Perche' negli ultimi trentacinque anni (ironia della sorte 35 anni fa ho cominciato facendo il fotografo) ho lavorato nel mondo della comunicazione e dell'informazione. E, per questo mondo, ho maturato una passione e un rispetto che mi portano ad essere un convinto e fermo assertore, ma soprattutto difensore, della liberta' di informazione, uno dei pilastri sacri della democrazia''. ''Ho vissuto con fastidio - quindi - il fatto che decisioni prese sull'argomento dalle autorita' competenti siano state messe in relazione con la vicenda che mi ha riguardato. Voglio essere chiaro ed esplicito: nonostante il dolore profondo e non lenibile che questa vicenda mi ha procurato non posso condividere questo provvedimento e tantomeno la sua tempistica. Credo - questo si' - a un'etica dell'informazione che dovrebbe essere il faro, la guida del comportamento di quanti nell'informazione operano. Un'etica che dovrebbe spingere a non colpire le persone - tutte le persone - usando le notizie come pistole puntate alla tempia di alcuno per qualsiasi fine. Ma, detto questo, non si puo' impedire alla stampa di fare inchieste, di raccogliere informazioni, di pubblicare fotografie. Sta agli operatori del settore decidere, secondo la loro coscienza, quali siano i limiti da non superare. Su questo fronte - credo sia opinione condivisa - c'e' ancora molto da fare. Ma ritengo altresi' che su queste, che sono le regole non scritte della deontologia e del comportamento, debbano essere gli addetti del settore a interrogarsi, a dibattere, a trovare soluzioni. Comunque, questo e' certo, finire in vicende come questa fa male, molto male. E so di non essere il solo ad aver sperimentato un simile trattamento, definito efficacemente dal Presidente Berlusconi come una 'gogna mediatica'''. ''Da questa storia ci sono molti insegnamenti da trarre. Quelli del valore degli affetti veri, quelli delle stupidita' da evitare e, per chi come me ha responsabilita' forti, la necessita' di lavorare sodo perche' l'informazione sia sempre piu' libera e autorevole grazie al rispetto di regole che non sono scritte ma sono racchiuse in una sola parola: civilta'''.

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13 marzo 2007

Ex br in tv "chiedo rispetto per le vittime del terrorismo"

 La Repubblica 13 marzo 2007

Un intervento del Presidente della Repubblica GIORGIO NAPOLITANO

"CARO Augias, la lettera indirizzatale dai famigliari dei carabinieri e degli agenti della Polizia diStato barbaramente uccisi dalle Brigate Rosse a via Fani, nel corso del brutale rapimento dell' onoMoro, mi trova pienamente concorde. Anche nel mio messaggio di fine anno volli esprimere un'chiaro richiamo al rispetto della memoria delle vittime del terrorismo e dunque al rispetto - in tutte le sedi - del dolore dei loro famigliari. Rinnovo perciò il mio fermo appello perché di ciò si tenga conto anche sul piano dell'informazione e della comunicazione televisiva. Illegittimo reinserimento nella società di quei colpevoli di atti di terrorismo .che abbiano regolato i loro conti con la giustizia dovrebbe "tradursi in esplicito riconoscimento della ingiustificabile natura criminale dell' attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti eservitori e dovrebbe essere accompagnato da comportamenti pubblici ispirati alla massima discrezione e misura."

Grande Giorgio sempre

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12 marzo 2007

Turismo: il boom dell’ospitalità diffusa

Il Centro, anno XXII, n. 67, 9/3/07


Turismo: il boom dell’ospitalità diffusa


di Antonio Porto


(economista)


 


Da più parti si è capito che il turismo, perché diventi una risorsa economica capace di sviluppare tutta capacità di produrre il reddito potenziale che è in grado di esprimere (oggi è pari solo al 20 del PIL), deve essere affrontato dal lato dell’offerta e non solo della domanda.


Vale a dire che si deve puntare sull’industrializzazione dell’offerta e sul fattore innovazione, con interventi integrati che interessano tutta la filiera turistica e, soprattutto, siano improntati ad una progettualità di sistema.


Solo oggi il ministero se ne rende conto, come si legge dai resoconti dei discorsi del ministro competente, riportati in questi giorni sui giornali. Purtroppo a livello regionale e locale taluni enti stentano a capire che questa è una scelta obbligata, senza la quale l’attrattività del flusso turistico risulta limitata e inefficace.


L’investimento in pubblicità, che pure produce un richiamo, è tanto più efficiente se collegato, in modo sequenziale ad una politica volta ad offrire ai turisti pacchetti a buon prezzo, pertanto concorrenziali, e capaci di stimolare curiosità, interessi e bisogni.


Se non si comprende questa sequenza logica è inutile e dispersivo di risorse qualsiasi intervento sul settore.


La verifica della validità di questo metodo si trova nel buon successo dell’albergo diffuso che, grazie alla sua caratterizzazione e alla sua formula, si è imposto basandosi soprattutto sul “passa parola” e non su grandi lanci pubblicitari.


Il boom di questa rete d’ospitalità diffusa si deve alla formula capace di coniugare le caratteristiche del territorio, che costituiscono attrazione perché portatrici di esclusività  ed unicità, con la sua  storia, le sue tradizioni la sua cultura ed i suoi sapori.


Il vero valor aggiunto, quello che l’industria del turismo non potrà mai offrire, è lo stretto rapporto che il visitatore può stabilire con la comunità locale, quando questa è resa protagonista dello sviluppo turistico del proprio territorio offrendo le proprie tradizioni, i mestieri, i saperi accumulati, la propria identità.


L’alloggio nelle case dei paesi, semplice e confortevole, la qualità della gastronomia, le visite guidate, anche d’inverno, i prezzi contenuti, fanno del turismo di comunità un esempio di politica basata sull’offerta.


Un’altra esperienza basata su questa filosofia è quella che potrebbe chiamarsi del “viaggio del viandante” realizzato dal Parco del Gran Sasso e Monti della Laga.


E’ stato inaugurato da pochi mesi la “strada maestra”, un progetto che riqualificando le strutture d’accoglienza presenti sul tracciato dell’ex strada statale 80, rivitalizza ai fini turistici questa antica direttrice che collega Teramo e L’Aquila. Case cantoniere abbandonate sono diventate alberghi, ristoranti, bar e punti informativi del Parco, gestiti dalle popolazioni locali, con un’evidente ricaduta in termini di ricchezza prodotta, di riqualificazione architettonica, di stimolo all’iniziativa privata, di cultura capace di coniugare sviluppo, tutela e valorizzazione del territorio in chiave turistica.


Un altro approccio è quello di innescare sul territorio un processo di cambiamento e miglioramento, partendo dalle risorse e dalle opportunità presenti, per contribuire ad elevare i livelli qualitativi di vita delle comunità locali. Il progetto “borghi autentici”sta partendo nelle aree interne con quest’obiettivo e si basa sulla valorizzazione di un prodotto turistico programmato . Il processo di crescita turistica che si vuole attivare è basato sulla capacità ospitante che si ottiene, quando sul territorio si respira un clima accogliente e diffuso. Ciò avviene, quando contemporaneamente si migliora la qualità della vita della popolazione residente. Le residenze recuperate, che rimangono di proprietà dei residenti, attrezzate per una vacanza confortevole e di qualità assicurano un’ospitalità a quella clientela esigente ed attenta ai dettagli ed alle cose autentiche nei nove borghi che formando una rete d’accoglienza regionale saranno anche connessi con altrettanti centri storici italiani. 


Un turismo leggero, sostenibile, che non richiede nuove costruzioni, che lascia sul territorio tutti i profitti e che incide positivamente sulla qualità della vita di chi vi abita e del visitatore, che si pone come obiettivo il freno della perdita demografica ed il riequilibrio sociale.


Gli esempi delineati poggiano tutti sulla necessità di una programmazione ed organizzazione dell’offerta turistica senza la quale la sfida della concorrenza è persa in partenza.


Alla luce dell’incremento che il turismo ha registrato nel 2006 in Italia e delle previsioni positive, occorre che la regione progetti una  strategia  capace di intercettarlo. Il positivo indice d immagine che l’Abruzzo ha registrato va trasformato in effettivi giorni di permanenza sul territorio.   


La regione ha la responsabilità di promuovere la costruzione di un sistema ed agire con la consapevolezza che il turismo è un’industria e che l’organizzazione familiare, diffusa nel nostro territorio, ha nel tempo grossi limiti nel rispondere alle esigenze di una domanda che si fa sempre più esigente  e selettiva.


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5 marzo 2007

Sì, è questa l’ora del Partito democratico un articolo di Walter Veltroni

Pubblicato su "Europa" il 28 febbraio

"Caro direttore, su Europa, ieri, era detto con chiarezza e in modo giustamente appassionato, e io sono del tutto d’accordo: quella del Partito democratico è una gran carta da giocare, e giocarla è urgente, oggi più di ieri, oggi e non domani. È un’urgenza resa ancora più evidente, se possibile, da una crisi di governo che forse è arrivata all’improvviso, ma a esser sinceri non in modo del tutto inaspettato, per il semplice motivo che la legge elettorale con la quale siamo andati al voto ha accentuato molto quella fragilità, quelle difficoltà, che da tempo caratterizzano il nostro sistema istituzionale e politico.
È proprio su questi due piani, dunque, che dobbiamo muoverci, per dare all’Italia quella stabilità di cui continua ad avere un enorme bisogno e che è stata tanto più vicina, in questi ultimi dieci anni, tanto più ci siamo incamminati lungo la strada del bipolarismo, iniziata con la riforma in senso maggioritario del vecchio sistema elettorale proporzionale. Quello, forse è bene ricordarlo, delle crisi di governo pressoché continue e degli esecutivi non scelti dai cittadini con il loro voto, ma formati dopo lunghe e spesso oscure trattative che duravano settimane, se non mesi.
Ora, urgenza richiede chiarezza, e allora vorrei dire che proprio su questo aspetto, oggi, dobbiamo allontanare ogni possibile dubbio e ogni possibile rischio. La partita che si deve aprire potrà riguardare alcune riforme istituzionali che servono al paese, dal potere di nomina e revoca dei ministri, a una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, alla riduzione del numero dei parlamentari, e avrà al centro soprattutto una nuova legge elettorale che ha proprio questa come posta in gioco: la possibilità o meno che siano i cittadini a decidere lo schieramento e il leader destinati a governare, per cinque anni, in base al programma per il quale sono stati scelti. Non possono essere un senatore o un piccolissimo partito a disporre del destino di un governo o di una legislatura. È il voto dei cittadini che deve scegliere, e le condizioni di stabilità devono essere tali da garantire la piena attuazione del programma di governo.
A far questo può essere il sistema elettorale dei comuni, che ormai da tempo dà una buona prova di sé, garantendo quelle condizioni che ben sfruttate signi?cano, per le nostre comunità, innovazione, crescita economica e coesione sociale. È un sistema che alla sua base proporzionale accompagna un premio di maggioranza, e che dunque da una parte favorisce le aggregazioni e dall’altra rispetta e dà valore sia alla scelta dei cittadini, sia alla possibilità del sindaco eletto grazie alla loro esplicita indicazione di avere gli strumenti necessari ad amministrare per tutta la durata del suo mandato.
La stabilità passa da qui, da queste condizioni, e comunque da un sistema che garantisca innanzitutto il rilancio e il definitivo affermarsi del bipolarismo. Quale sarà il sistema lo deciderà il confronto che mi auguro coinvolgerà tutte le forze politiche. Quel che deve rimanere fermo è l’obiettivo, e cioè far entrare l’Italia nel novero dei paesi con sistemi che eleggono un governo, far sì che anche da noi possa succedere come in Gran Bretagna, dove il 35,3% dei voti del New Labour diventa alla camera dei rappresentanti una maggioranza di 356 seggi su 646, o come in Francia, dove l’Ump di De Villepin traduce il suo 33,7% di voti nel 61,8% dei seggi.
La nascita del Partito democratico e la stabilità del sistema politico non sono altro, rispetto a tutto questo. Non sono separabili dal rinnovamento e dal rafforzamento delle istituzioni.
Ne sono condizione, perché è assolutamente vero, come ha scritto ieri Europa, che il Partito democratico ha anche lo scopo di “fissare” l’adesione dei riformisti progressisti ai principi dell’alternanza e del bipolarismo. E ne sono conseguenza, perché senza cambiare legge elettorale e senza una spinta verso il bipolarismo la strada verso il Partito democratico diventerebbe terribilmente impervia.
Del fatto che su questa strada occorra accelerare e che il Partito democratico sia la più grande idea politica dal dopoguerra a oggi sono convinto da molto tempo.
Da almeno dieci anni, dalla nascita dell’Ulivo, le culture e le forze riformiste si stanno cercando, stanno intrecciando il loro cammino, hanno governato e stanno governando insieme. Ora è tempo di un passaggio ulteriore, che peraltro è già nella coscienza di tante persone, iscritte a partiti o parte del “popolo delle primarie”, legate a una delle tradizioni del riformismo italiano o figlie di questo tempo, della sua mobilità, del suo essere attraversato da nuove domande e nuove culture. Accelerare è non solo urgente, ma indispensabile, facendo molta attenzione, e avendo un grande senso di responsabilità, perché vorrei ce ne rendessimo tutti conto: il Partito democratico è l’ultima occasione, dopo non c’è altro.
Molto sta ai Ds e alla Margherita, che da soli però non possono tutto, non possono arrivare a formare, con la loro sintesi, quel partito riformista a vocazione maggioritaria, in grado di puntare al 40% dei voti, che nella nostra storia non abbiamo mai avuto. Il Partito democratico sarà quel che deve essere solo se avrà l’energia, le ambizioni e le speranze dei Ds, della Margherita e di altre forze politiche, di associazioni e movimenti, di tutti quei cittadini che da anni, in ogni occasione possibile, hanno detto di preferire un campo largo e vario rispetto alle dimensioni più limitate di un partito. Solo così sarà radicato nella società, solo così sarà un partito “popolare”.
Per concludere: di un nuovo assetto istituzionale e di innovazione politica, di un compiuto bipolarismo e del Partito democratico, è di questo che hanno bisogno il centrosinistra, per la sua coesione, e il paese, per la stabilità che tutti dovremmo contribuire a garantire. Sapendo che è vero, non sono obiettivi da tenere sullo sfondo e da guardare in prospettiva, ma compiti urgenti, ai quali rispondere oggi."
 

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29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

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L'alfabeto ingenera oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente. Nè tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza, perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di moltissime cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti. ( Fedro, 275 a-b)

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